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SCOOP || parole sociali || n. 0

tempo di farfalle

 

Oppure leggi qui di seguito i singoli articoli


sCoop

Abbiamo scelto questo nome qualche anno fa, per la nostra prima pubblicazione aziendale.
Che assomigliasse davvero tanto ad un giornale scolastico, e che i suoi lettori fossero esclusivamente i nostri colleghi poco importava:
sCoop era il nostro primo strumento di comunicazione interna, cresciuto e coccolato come uno di famiglia.

Ci ha accompagnato per tre anni, ricordandoci ogni mese che lavorare per una Cooperativa Sociale vuol dire anche ricordarsi compleanni e conoscere gusti letterari e gastronomici,
gioire per un successo e scoprire che è possibile galleggiare sui momenti critici, sfruttando la potenza propulsiva dell’onda e non la sua capacità distruttiva.

Poi abbiamo deciso di smetterla, con il giornale interno.
E di far incontrare sCoop anche a chi non lavora con noi.
La sua sostanza non cambia.
Cambiano i contenuti, questo si. C’è la privacy da rispettare e il delirio di onnipotenza da evitare.
Ma l’anima è quella.
È che essere parte di una Cooperativa Sociale non vuol dire solo portare a casa lo stipendio.
Vuol dire lavorare con il territorio, per la società, saperne raccogliere i bisogni e raccontarne le storie.
E le storie, si sa, sono di tutti.

Per questo abbiamo scelto di cambiare le nostre abitudini e di uscire dai nostri confini.
Perché “Se non cambiasse mai nulla non esisterebbero le farfalle”.

E allora buona lettura.

Barbara Coaro
Chiara Giordani
Cristina Sabino


Shantaram

Questa recensione nasce dal desiderio di condividere cosa sia il cambiamento, come possa manifestarsi la trasformazione,
in quale misura sia possibile l’evoluzione.
Ill titolo è arrivato all’istante: nella mia mente è apparso Shantaram di Gregory David Roberts.
Con Shantaram ho sentito da subito le farfalle nello stomaco, sì me ne sono innamorata.
Ho davvero vissuto il processo dell’amore!
Prima le farfalle e poi la paura, perché mentre leggi Shantaram ti chiedi se davvero avrai il coraggio di viverlo (leggerlo) tutto.
Ti spaventa perché è come se decidessi di fare un viaggio, un po’ come quando viaggi in un amore.
È un libro che ti permette di creare e approfondire un numero infinito di pensieri.
È una lettura che crea un processo.
Che non termina nemmeno all’ultima pagina, anzi: forse proprio in quel frangente ne inizia uno nuovo.
E questo cos’è, se non l’incredibile capacità umana di saper evolvere?

Gregory è un uomo che ne ha combinate tante.
Ha commesso un numero importante di reati, ha oltrepassato ogni limite, ha fatto male.
Soprattutto si è fatto del male.
Poi per una serie di congiunzioni astrali fortunate arriva in una terra tanto magica quanto crudele, tanto ricca quanto povera, tanto spirituale quanto razionale.
Mette i piedi in India, il paese che più sa essere sinonimo di contraddizione e in questo luogo dalle mille sfaccettature inizia finalmente a
conoscere se stesso.
Incontra persone meravigliose che hanno molto da insegnare su cosa sia l’amore puro.
Incontra persone perdute che hanno molto da insegnare su cosa sia l’amore malsano.

In queste mille e duecento pagine troverete la storia di un uomo che ha deciso di crescere e di migliorarsi, che ha deciso di rispettarsi, che ha deciso di perdonarsi.
La conoscenza di sé e la voglia di cambiamento sono i capisaldi del meraviglioso concetto socratico “epimèleia heautoù!: aver cura di sé.
Vi assicuro che tra queste pagine sentirete la forza di questo fondamentale pensiero dell’antica Grecia.
Amarsi ci permette di essere fino in fondo noi stessi.
“La saggezza è solo intelligenza svuotata della sua forza.” dice Gregory David Roberts.
Per chi come me (noi) lavora nel campo dell’educazione questa frase diventa uno spunto, uno strumento di lavoro.
Per essere nella possibilità di trasmettere il bene all’altro, per poter stare in una relazione di cura, prima di tutto è necessario
aver cura di sé, saper stare nella saggezza.

Leggere Shantaram è un’esperienza indimenticabile, perché ti permette di vedere quanto puoi osare se inizi a conoscere la meraviglia che è dentro te.
Evviva le esperienze. Buona lettura.

Vanessa Di Giorno
Responsabile Servizi Educativi
Area Infanzia Minori e Giovani

Come una farfalla

Giovanni è il mio Leone. È un bambino senza scudo e senza corazza.
“Come una farfalla” E la mente vola a fiabe di principesse.
Ma se la nostra realtà quotidiana fosse una favola, sarebbe di quelle zeppe di pericoli.

Giovanni è il mio Leone, per la forza che mostra ogni giorno in classe e in cortile, la nostra giungla personale.
Essere la sua assistente scolastica non è solo dargli supporto educativo, è essere ogni giorno il suo scudo, la sua corazza mancante.
È inventare modi e tempi, studiare ogni piccola reazione. Far diventare me stessa, ogni giorno, un po’ più farfalla, trovando quella
delicatezza di cui Giovanni ha bisogno.

Giovanni ha una malattia, l’epidermolisi bollosa.
Che è il nome vero, quello scientifico e brutto. Quello che si nasconde dietro alla delicatezza della definizione di bambino farfalla.
Perché questi bambini non si possono toccare, la loro pelle è fragile e delicata.
Giovanni affronta la scuola con impegno, è un bambino brillante.
A volte mi sorprende e interviene con una maturità superiore rispetto ai suoi coetanei di otto anni.
Alcuni giorni, a scuola, è un continuo sbandare, alla ricerca di aiuti e di strategie che possano aiutarlo a stare meglio.
Ma Giovanni tenta con immensa volontà di farcela con le sue forze, senza arrendersi.
Stargli accanto è un privilegio, un continuo imparare.
È un’esperienza complessa, nella quale un piccolo gesto di gratitudine vale mille traguardi raggiunti.

Giovanni è il mio Leone, perché stargli vicino insegna ad apprezzare le piccole cose, in un mondo che oggi difficilmente si accontenta.

 

Ingrid Tregnago
Assistente Scolastica – Servizio di
Integrazione Scolastica ULSS 8 Berica


Conoscersi raccontando.
Raccontare per conoscersi.

Un flusso di pensieri nato da un esercizio di emersione narrativa degli utenti del nostro Centro Diurno “Il Faro”

Se sCoop ci dà una occasione noi la raccogliamo e attraverso le nostre parole trasmettiamo a voi che ci leggete  il racconto narrato, reale e semplice, delle case che abitiamo.

La casa, dimora, abitazione, e tutti i sinonimi che volete aggiungere, è il luogo della sicurezza, della tranquillità, del riposo organizzato e del riposo semplice e non strutturato.
È il luogo dove passiamo più tempo e dunque dove, con le dovute differenze e varietà, siamo più a nostro agio.

L’itinerario è volutamente casuale, non vi è uno schema.

Via Lelia a Recoaro è collina inoltrata e paese organizzato.
Francesco abita sopra un negozio in solitudine, ma non si sta male da soli se sappiamo stare con le persone in altri luoghi. La casa è dei primi del ‘900 ed
alcune decorazioni lo dimostrano.
Per Davide abitare nei week end in Favorita, sotto le colline valdagnesi in una casa moderna con i genitori ed una cagnetta, fa comodo per le belle passeggiate attorno
al parco. Quando poi durante la settimana Davide fa vita comune con altre nove persone in una comunità la varietà lo arricchisce.
Così come Recoaro, anche Castelgomberto permette l’amenità di un paese d’altri tempi con l’organizzazione del paesotto che è.
Nella villetta degli anni ’80 a due piani, con Marco B. dimora anche la mamma e guai a chi pensi che le tartarughe non fanno compagnia!
La villetta a due piani è un classico delle periferie; anche Massimo, un altro dei nostri amici, ci abita, ma con un cane e con di fronte un grande frutteto. La costruzione è
simile a quella di Marco B., ma a Spagnago: del resto in quegli anni dai ‘60 agli ‘80 molte sono state le casette singole o a schiera costruite nel nostro territorio.
Ci spostiamo di qualche chilometro ed in centro a Cornedo, al terzo piano di un palazzo, ha la sua dimora Giuseppe che vive con Jonas.
Essere nati a Sant’Urbano e vivere con altre persone in una casa famiglia a Montecchio dove si sta benissimo e alla sera si mangia in tanti è una cosa serena e vivificante.
Miriam quando ne parla ha gli occhi che tramettono serenità.
Alla periferia nord di Montecchio abita Cristian in una casa a schiera a due piani; vive con la mamma.
Bisogna andare a Quargnenta per trovare l’abitazione di un altro nostro amico, Domenico. In una casa dei primi del ‘900 con un cortile a disposizione:
vivere con la sorella è una bella scelta sia per la compagnia che per il tempo vissuto assieme.
Da Quargnenta si scende la valle a Trissino dove vive Emanuele, fra casa antica e casa moderna, unite e divise allo stesso
tempo. Abita con mamma e fratello.
Giù verso Lonigo in zona Meledo vive Alessio, in un piccolo condominio di otto appartamenti degli anni ‘80; lui risiede al quarto piano e dall’alto domina la campagna
attorno.
Ritorniamo spediti a Valdagno per andare nella zona di nord-ovest dove gli ultimi tre del gruppo hanno la propria abitazione:
Alessandro con i genitori ed il fratello in un bel condominio color amaranto al quarto piano.

E dopo aver raccontato le nostre case, ci siamo lanciati in esercizi di fantasia per manifestare sogni come fossero desideri;
se ne avessimo la possibilità dove vorremmo avere la nostra casa?
Dove vorremmo vedere trascorrere il nostro tempo ancora?

I voli pindarici hanno portato Cristian a Los Angeles nel centro dell’industria cinematografica e della città fascinosa della California.
Puntate al mare in Harley Davidson per Alessandro.
Emanuele è rimasto a casa sua, ma con la possibilità della ristrutturazione della parte antica.
Miriam desidera il mare come luogo paradisiaco in genere, va bene anche Rimini!
Francesco più specificatamente vorrebbe essere in barca in Costa Smeralda!
Massimo in montagna in Trentino, ma presso un paese.
L’amico Marco B. vorrebbe trascorrere il tempo in una casa isolata su uno dei nostri monti.
Giuseppe punta ad un lago svizzero, tipo Lucerna;
Davide ama le passeggiate sulle colline valdagnesi e più di tanto non cambierebbe.
Domenico non ha dubbi: sta bene dove sta!
Alessio sogna una fattoria dove poter lavorare la terra e stare con gli animali.

Miriam, Marco B., Francesco, Massimo,
Giuseppe Cristian, Davide, Alessio,
Alessandro, Domenico ed Emanuele.
Con Marco Maraschin e Mariano Sandri.
Centro Diurno “Il Faro”, con il progetto di
Restauro e l’Orto Sociale Ortobombo

Il Welfare dopo la crisi

Ho letto un articolo in rete, un po’ di tempo fa.
Parlava dell’aumento del numero di persone vulnerabili nella nostra società. Non ricordo come il disagio venisse computato, né come fosse definito il campione sociale, ma non è questo che
mi ha colpito. L’autore giocava con un lessico fatto di frazioni. Sosteneva che negli anni ’90 la nostra comunità era costituita per i 2/3 da ceti agiati, mentre al momento attuale la
porzione di privilegiati si è ridotta ad 1/5.
In altre parole: prima della crisi si stava male uno su tre, ora si sta bene uno su cinque.
E insomma: mi sono trovato d’accordo.
Per la verità le stime sulle fette di torta sociale non mi hanno convinto, ma la sensazione di vulnerabilità, quella sì.
Riflettiamoci: cosa rimarrà a memoria del periodo storico appena trascorso? Proviamo ad essere realistici, senza fare tragedie.
La maggioranza di noi ha un lavoro meno sicuro di quanto lo sarebbe stato in passato, una retribuzione con minor potere d’acquisto, una rete sociale (servizi e offerte territoriali)
più incerta, incombenze lavorative e comunitarie più schizofreniche, una vita più incasinata.
Qualcuno è spaventato dal futuro, qualcun’altro trae vantaggio dalla precarietà, ma nessuno si sente tutelato come un tempo.
Ci siamo ritrovati più “fragili”, ecco cosa ci è accaduto.
Le fondamenta del nostro sistema sociale hanno tremato, il sisma ha crepato tutti i livelli della stratificazione sociale, anche quelli che prima erano stabili.

E ora?
I dati di chiusura del 2017 restituiscono l’immagine di un paese in recupero: Il PIL è cresciuto dell’1,5 %, il debito diminuito (di poco in realtà, solo dello 0,5 %), la
pressione fiscale ridotta (anche qui, solo di un punto percentuale). Tuttavia, stando alle stime invernali della Commissione Europea, l’Italia uscirà dai prossimi due anni con la consueta
mediocrità: niente aumenti, forse qualche diminuzione.
In pratica: sì, siamo usciti dalla crisi, ma la coperta continua ad essere corta e le risorse gestite in maniera inadeguata.
E i vulnerabili?
Come se la caveranno?
La disuguaglianza diminuisce con la crescita collettiva, dice un famoso assunto. L’uguaglianza promuove evoluzione, dico io.
Il Welfare è uno strumento di innovazione, azzardo. Una società matura dovrebbe incoraggiare l’attenzione alle sue classi deboli, non tanto per un principio civile di solidarietà, quanto perché solo un livello diffuso di benessere garantisce la possibilità di progredire.
Meno dobbiamo occuparci di sopravvivere ai nostri disagi (che siano fisici, mentali o economici), più saremo in grado di promuovere una riflessione sul futuro.
Più forte (sì, anche numericamente) è tale visione, più sarà possibile che nuovi scenari si concretizzino.
Meglio stiamo, più in avanti riusciremo a guardare.
Diciamolo ancora: non è sussidiarietà, è un vantaggio collettivo, un bene comune.
Definizioni di cui non ricordiamo il significato?
La tagliola economica dei tempi recenti ci ha costretto a salvare il nostro orto. Cittadini, istituzioni, aziende pubbliche, terzo settore: tutti affannati a far quadrare bilanci e tenere in piedi la baracca, a costo di buttar via il bambino coi panni sporchi. Ci siamo messi paura e abbiamo (comprensibilmente) agito in nome di un principio di sopravvivenza:
il Welfare si è ridotto alla scelta di cosa “togliere”, in virtù di un approccio poco incardinato su principi di efficacia, molto di più su logiche di potere, economie, abitudini
consolidate.
Ecco, parliamo di abitudini, di quelle da imparare. I segnali di ripresa sono confortanti, ma starà a noi confezionare antidoti alle ristrettezze, per invertire il meccanismo della
guerra fra poveri. Sto parlando di condivisione, di co-progettazione fra enti, di evitare gli scarica barile, di concepire un sistema sociale dove le parti abbiano il coraggio di scegliere il loro ruolo senza riluttanze (se non nell’esborso monetario almeno nella presa in carico di responsabilità). Condividere non è cosa semplice: significa dare fiducia, sacrificare il proprio punto di osservazione,
cedere poteri decisionali, consenso.
Il Welfare dovrebbe manifestarsi in un apparato di servizi che consideri i vulnerabili una propria responsabilità e si faccia carico della loro cura, che non li immagini contenitori vuoti su cui “buttare” una qualche forma di contenimento, ma soggetti portatori di risorse, indispensabili come gli altri (forse di più) all’evoluzione collettiva.
Il disagio non è un malanno da rimuovere, ma un’opportunità di esprimere le proprie energie latenti, di riprendere l’iniziativa, di trovare spazi di autonomia.
Ma chi trasformerà quel disagio se il sistema, lui per primo, non riesce a dismettere una pratica che non è più efficace?
Chi riuscirà a modificare i ruoli all’interno della scacchiera e a riposizionarli?
Come si può educare al cambiamento, se chi educa sfugge all’autocritica, alla spartizione equa delle risorse, al confronto col diverso, alla condivisione?
L’inclusione è una dinamica virtuosa, ancor di più quando i soldi non bastano.
Affrontare un periodo di crisi senza ammettere sacrifici delle parti più deboli fortifica il sistema e lo esercita a non sottrarsi alle proprie responsabilità, ad apprendere dalle scelte
sbagliate, a farlo assieme ai suoi cittadini.

La crisi è finita. Il terremoto, quello forte, è passato. È ora di uscire dai nostri rifugi e scegliere quale mondo vogliamo ricostruire.

Andrea Rilievo
Presidente della Cooperativa Sociale Studio Progetto

Tempo di farfalle

Allo sportello DonnaNuova ci occupiamo delle donne: con un servizio gratuito di ascolto e orientamento al tema della violenza fisica e psicologica, ma anche con conferenze e corsi tematici di
prevenzione e promozione del benessere.
Uno dei nostri corsi più amati è quello sull’autostima.
Riflettendo sul tema di questo articolo mi è venuto in mente ciò che accade nello spazio di quegli incontri serali, dove le donne entrano metaforicamente sotto forma di bruco e ne escono
farfalle.
Si tratta di una alchimia che solo un gruppo al femminile riesce a creare.
Gli ingredienti sono il coraggio di guardarsi dentro, lo svelamento di sé, qualche timore, i racconti, lacrime e risate, la condivisione, l’accoglienza di quello che siamo, senza giudizio.
L’energia che portiamo dentro sfugge a qualsiasi incasellamento o necessità definitoria.
A volte è qualcosa che si svela con pudore, altre volte esplode all’improvviso, altre ancora necessita di stimoli per essere riconosciuta. Di un lavoro paziente e discreto, perché troppo a lungo è rimasta inespressa.
Ma ogni donna è in grado di riconoscerla quando si svela al momento opportuno: quell’energia c’è sempre stata, fa parte di quel bagaglio ancestrale che ci porta a essere quelle che siamo:
esseri sensibili e intuitivi, con una grande forza e capacità di resistenza, adattamento, curiosità e creatività. Accoglienti e comprensive, ma anche coraggiose e temerarie.
Libere, protettive e curatrici, portatrici di vita.
Ascoltando molte storie di donne, ho imparato che la piena realizzazione di sé passa sempre per un periodo che potremmo paragonare a quello della crisalide: perché la nostra vita non è sempre piena di luce e bellezza, ci costringe a fare i conti anche con il buio e la sofferenza, che nel cammino di ognuna prende una forma diversa.
La prima reazione è sempre quella di limitarsi a sopravvivere, tornare sui propri passi, arrendersi.
Ma quando una donna ha il coraggio di andare avanti scopre che il suo animo può trarre degli importanti vantaggi e insegnamenti dai periodi in cui sembra che nulla abbia senso, i giorni in cui ci pare di non poter più uscire a vedere la fine delle tenebre.
Il lavoro della crisalide è trasformativo in senso radicale: quando una donna affronta il dolore, lo rende materiale vivo del proprio cambiamento.
Come il paziente bruco, possiamo concederci la possibilità di attendere che le cose cambino, accettando la sfida di riuscire a fendere il bozzolo, schiudendo il prezioso tesoro che custodisce e,
che al solo vederlo, commuove e ricorda l’incanto della rinascita.

Virginia Cioni
Per DonnaNuova, lo sportello per le donne a Valdagno:
informazioni, consigli, aiuti pratici e risposte, consulenza legale e psicologica gratuita alle donne.

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